Ho finalmente trovato tempo e voglia per studiarmi il contenuto della nuova proposta OCM Vino e non la trovo ne moderna ne attuale come sperato. Mi sono soffermato su argomenti come lo zucchero, i mosti d’importazione, le denominazioni, i diritti, gli espianti e via dicendo.. Ancora una volta non ho trovato traccia di attenzione verso il consumatore, cioè colui che è la ragione di esistenza di chi produce e commercializza vino. Il mercato, basta da solo a governare le scelte dei produttori, ti premia o ti cancella in base al suo insindacabile giudizio. Dal mio punto di vista, dichiaratamente liberista, basterebbe che le decisioni prese ad alto livello fossero sempre e solo volte ad informare, tutelare e promuovere il consumo con la massima trasparenza e se così fosse, la conseguenza sarebbe, che noi produttori saremmo maggiormente sollecitati a prendere da soli le giuste decisioni come molti hanno sempre fatto da sempre. Non impediamo l’uso di mosti arricchiti o importati, non facciamo la guerra allo zuccheraggio, non limitiamo la crescita di una azienda con tutte queste regolamentazioni sull’impianto e sull’espianto, perché comunque, alla fine ci pensa il mercato a dettare le regole .Lasciamo libero il consumatore di scegliere tra un prodotto e l’altro, ma diciamogli anche chiaramente come lo abbiamo ottenuto, e diciamogli tutto però. Le denominazioni da sole non sono mai state una garanzia, anzi in qualche occasione sono state persino controproducenti per la denominazione stessa. D'altronde credo che non sia difficile per nessuno trovare grandi differenze di qualità in prodotti della stessa denominazione, prezzo incluso .Sono convinto che se le bottiglie fossero corredate da etichette serie e complete, ci troveremmo scritte delle belle differenze di processo, di varietà,di componenti/ingredienti, di caratteristiche chimico-fisiche e organolettiche che la sola denominazione non porta e non porterà mai in evidenza . Dirottiamo un po’ di tutti questi stanziamenti nella copertura di spese di comunicazione e diffusione della cultura del vino che sono lasciate a carico di pochi intelligenti produttori di qualità e/o operatori del settore. Dopodiché libero, ma consapevole, il consumatore avrà modo di scegliere il vino fatto con i mosti d’importazione, con i trucioli o con le essenze e tutti i trucchi da prestigiatore possibili, così come di preferire la bottiglia fatta con la massima passione e qualità da vitigno autoctono certificato proveniente da terreni storicamente vocati e lavorati sapientemente e sarà in grado di riconoscerne la grande vera differenza, e anche giustificare la differenza di prezzo. E chissà, dovendo mettere gli ingredienti in etichetta, forse vedremo qualche bottiglia in giro dove “ contiene uva “ non è poi così scontato che ci sia…… Mi sembra giusto terminare questo commento dicendo che chi mi conosce sa che io adoro il vino, bello sano e genuino, lo produco sempre convinto che il vino si fa sulla pianta, da vigne autoctone allevate con amore ed in bassissima resa. Il vino me lo coccolo e me lo godo ed in cambio mi da grandi soddisfazioni. Quando il mercato mi premia impianto nuove vigne e quando non sono capace di farmi premiare non le espianto, imparo a fare meglio, se distillo lo faccio solo per piacere e per senso di completezza nella gamma dei prodotti. Tutte le cantine di successo che ho avuto l’onore di visitare sono seguite da persone che la pensano anche meglio di così. Non credo che vedrò mai in queste realtà neanche l’idea di utilizzare certe pratiche e questo mi fa stare bene. Ora sono gli industriali e gli importatori che a mio avviso devono usare la loro coscienza e guardar ben oltre il portafoglio perché certo che l’economia è importante, ma lo è di più il rispetto del consumatore. Paolo Carlo Ghislandi www.cascinacarpini.it
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